Ai piedi del dio Nettuno

Era il 23 marzo del 1787 e Johann Wolfgang von Goethe stava compiendo un’altra tappa del suo Viaggio in Italia alla scoperta della Campania antica.

Ph. Anna Monaco - Trentaremi

Ph. Anna Monaco - Trentaremi

«Finalmente, incerti, se camminavamo su rocce o su macerie, potemmo riconoscere alcuni massi oblunghi e squadrati, che avevamo già notato da distante, come templi sopravvissuti e memorie di una città una volta magnifica»

Johann Wolfgang Goethe

La città una volta magnifica è Poseidonia, poi Paestum, la cui riscoperta iniziava proprio in quegli anni. Un decennio prima Giovan Battista Piranesi aveva fissato nelle sue incisioni l’atmosfera che si respirava tra i templi: la solenne maestosità dell’architettura greca scalfita dal tempo, dalla vegetazione che irrispettosa aveva invaso ogni spazio e da strani, minuscoli figuri che si aggiravano tra le colonne.

Era il sec. XVIII e lo splendore di Paestum pian piano riemergeva dalla palude, non solo reale, che l’aveva avvolta. In quegli stessi anni si cercava di capire la storia, le origini di questo luogo, attribuendo anche nomi ai templi ritrovati: per esempio, la Basilica, oggi tempio di Hera, o il tempio di Cerere, oggi di Atena. Il tempio più imponente e meglio conservato venne attribuito a Nettuno, del resto per una città con quel nome non poteva essere altro che così (Poseidonia)! In realtà sono diverse le divinità che si contendono l’intitolazione, Hera, la più gettonata, ma anche Zeus e Apollo.

Ph. Anna Monaco - Trentaremi

Ph. Anna Monaco - Trentaremi

Si sa che l’edificio fu eretto alla metà del sec. V a.C. e segna la zona sacra meridionale della città. Varcare il pronao ridefinisce le proporzioni: ci si sente davvero dei nani sulle spalle dei giganti. Quelle colonne altissime che hanno sfidato i secoli, che hanno resistito ai terremoti pur essendo assemblate solo attraverso degli incastri, costringono lo sguardo verso l’alto, infondono un senso di maestosa solennità, quella propria della casa di un dio.

Oggi ai visitatori è concesso di entrare nel tempio e di girare alla scoperta degli angoli più vertiginosi, ma per i Greci non era così, poiché quello era uno spazio sacro inviolabile, posto più in alto per mezzo di gradini per separarlo idealmente dalla terra.

Ph. Anna Monaco - Trentaremi

Ph. Anna Monaco - Trentaremi

Un’altra differenza fondamentale tra ieri e oggi sta nella decorazione. L’immagine più familiare che si ha di Paestum è composta da templi di un colore dorato che incontrano il verde degli alberi e l’azzurro del cielo ma quello che appariva agli abitanti della colonia greca era profondamente diverso. Un’esplosione di colori a partire dalle tegole che ricoprivano il tetto di legno passando per le colonne fino ad arrivare alla statua contenuta nella cella, e poi metope e triglifi a completare la decorazione. Anche se questi particolari non si sono conservati resta intatto il fascino dell’architettura, la distribuzione delle colonne e quelle correzioni ottiche in grado di far sembrare perfetto ciò che non lo è.

Ph. Anna Monaco - Trentaremi

Ph. Anna Monaco - Trentaremi

Il modo migliore per apprezzare tutto questo è fermarsi all’ombra di un albero, guardare il tempio, contare le colonne, godere del silenzio in cui è immerso il parco e cercare di sentire le voci di quei coloni che nel secolo VI a.C. decisero di fondare proprio qui una delle città più belle della Magna Grecia.

Luisa Panagrosso - Cultura

Scroll

This website uses cookies to improve your experience