Il borgo fantasma

Lungo il corso del Fiume Mingardo, a pochi km dalla sua foce, sorge il borgo di San Severino, esempio straordinario di insediamento altomedievale del Cilento.

Questo luogo è come una “perla nascosta”, una delle tante del Cilento, ma per trovarla non serve fare chissà quale strada: si trova infatti a pochissimi km dalle rinomate e frequentate spiagge di Palinuro e Marina di Camerota, e ne costituisce un’alternativa davvero degna nei giorni di mare troppo mosso o di eccessivo affollamento.

Il Borgo Medievale sovrasta l’abitato recente, sviluppatosi all’inizio del Novecento, e si affaccia sulla Gola del Diavolo, suggestiva cornice creata dalla millenaria azione erosiva del fiume. La posizione pressoché inattaccabile svolgeva una chiara funzione difensiva dell’importantissima via fluviale del Mingardo, che permetteva il collegamento fra la costa e l’entroterra fin dall’età arcaica.

La sua fondazione risale all’epoca longobarda, intorno al VII secolo, molto probabilmente ad opera dei mercenari bulgari di Altzek, che si stanziarono nella zona compresa tra il Mingardo, Roccagloriosa e il Monte Bulgheria – che a loro deve il nome: ciò è riportato nella Historia Langobardorum di Paolo Diacono, che ben descrive come i Principi Longobardi di Salerno si servirono della milizia bulgara per il controllo della Gola del Diavolo, all’epoca principale via di collegamento con il Golfo di Policastro. La Contea di Policastro aveva infatti in San Severino il suo confine.

Tra il X e l’XI secolo visse il suo periodo di massimo splendore: insieme al vicino Castelluccio (anche detto Castello di Montelmo) di Licusati, era infatti uno dei manieri meglio fortificati, oltre che uno dei più particolari, in quanto si ergeva tra lo strapiombo sul fiume, con la prima linea di case a sua difesa che ne costituivano l’equivalente di una muraglia. Per questa ragione, quando i Normanni arrivarono nel Sud e nel Cilento, il controllo di San Severino divenne strategico: Guido, “luce di tutti i Longobardi” – come scrisse di lui Amato di Montecassino nella sua Storia dei Normanni, conte di Policastro e fratello del principe longobardo Guaimario, venne ucciso proprio perché cercò di opporsi al nuovo dominio normanno, come riporta anche lo storico Pietro Ebner.

Il suo poderoso Castello era uno dei maggiori della zona, e controllava inoltre un ponte in muratura, “sopra la fiumara che passa dinanzi a essa terra di Sanseverino”, come riporta un documento del 1575, nel luogo di un antico guado, la cui esistenza è documentata fin dall’epoca tardo antica- medievale, alla cui manutenzione erano tenute tutte le comunità della zona, per l’importanza strategica che rivestiva nelle vie di comunicazione tra il Mingardo e il Bussento.

Come riporta Egidio Finamore nel suo Dizionario toponomastico della Campania, da questo borgo prese nome la potentissima famiglia normanna dei Sanseverino, che ebbe queste terre in feudo da Roberto il Guiscardo e che per oltre cinque secoli ne segnò la storia, arrivando ad avere un trattamento semi-sovrano e ad essere la prima delle Sette Grandi Case del Regno di Napoli: a un Sanseverino, Tommaso II, si deve ad esempio l’edificazione di uno dei monumenti più straordinari del mondo, La Certosa di Padula.

Per secoli, San Severino rivestì capitale importanza. Fu capoluogo della Baronia, in epoca sveva divenne “Castrum” per volere di Federico II, fu teatro di guerra durante le Guerre del Vespro, quando nella battaglia tra Angioini ed Aragonesi entrò nei domini di questi ultimi. Il suo ruolo strategico trova conferma, secondo il citato Pietro Ebner, nel fatto che ancora fino al XVII sec.d.C. il Castello (e il villaggio sortogli a ridosso) viveva Jure Longobardorum, malgrado i posteriori insediamenti normanni e angioini, che vivevano Jure Francorum.

In epoca spagnola, patì gli effetti della peste del 1656, che decimò la popolazione dell’intero Cilento, fatto che portò all’abbandono, nel ‘700, della Chiesa che durante la peste era stata consacrata alla Madonna degli Angeli (cui è però dedicata ancora oggi la chiesa nuova del paese). Lo spopolamento del borgo si incrementò con la costruzione della ferrovia, per completarsi nel XX secolo.

Ancora oggi, il suo indiscusso fascino e la sua maestosa bellezza, perfettamente fusa nello spettacolare paesaggio delle gole del fiume, si scrivono negli occhi di chiunque lo guarda: i panorami intorno, le case poggiate sulla roccia viva, gli strapiombi sul fiume, lo sguardo che arriva ai monti di Basilicata e Calabria, fanno di questo luogo un must. Gli amanti del phototrekking, poi, potranno trovarvi scorci indimenticabili, specie all’ora del tramonto, quando la luce gioca con la roccia dolomitica dei contrafforti del Monte Bulgheria e li tinge di rosa.

Gisella Forte - Cultura

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