La solitudine della faggeta

L’invenzione della macchina a vapore. Due guerre mondiali. La Rivoluzione francese. L’unità d’Italia. Alcuni dicono anche la Rivoluzione scientifica e altri addirittura il Rinascimento. I faggi del Monte Raschio hanno vissuto tutto questo ma sembrano non curarsene.

Ph. Federico Cadalanu - Trentaremi

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Se ne sono rimasti silenti, distanti. Mentre Roma si allargava e sul lago di Bracciano aprivano i primi ristoranti, i faggi conversavano al massimo con Oriolo Romano, un posto placido dove l’urbanizzazione sarebbe arrivata senza ansia. La Storia si fece sentire solo nel 1903. L’esercito regio aveva scelto questo posto tranquillo per sperimentare il telegrafo senza fili e comunicare con Roma. Gli oriolesi non erano più nella pelle e anche i faggi a vedere tutto quel trambusto si sentirono curiosi. Quando videro la folla esultare per qualche ticchettio pensarono a quanto fosse strano l’uomo.

Ph. Federico Cadalanu - Trentaremi

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Così i faggi capirono che con le celebrazioni degli umani ci avrebbero fatto poco. Quando qualche anno dopo, all’ingresso del sentiero, posero una targa con sopra scritto “Patrimonio Unesco”, gli alberi rimasero impassibili. In fondo quella targa celebrava proprio la loro solitudine. «Straordinario esempio di foreste non disturbate». Ma non è una storia triste la loro; la realtà è che la stessa faggeta tutta questa voglia di compagnia non l’ha mai avuta da quando è nata. Molte delle sue sorelle si sono riunite più in alto, sugli Appennini.

I faggi del Monte Raschio hanno preferito tenersi alla larga dal chiacchiericcio di tutte quelle foglie pettegole spostate dal vento. E poi arrampicarsi fin lassù era uno sforzo quasi inutile. Sui Monti Sabatini i faggi avevano tutto ciò di cui c’era bisogno: l’acqua del lago e di qualche sorgente, un buon clima umido che d’estate faceva invidia agli uomini. Lo stretto indispensabile per campare mezzo millennio.

Ph. Federico Cadalanu - Trentaremi

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Il passaggio è sempre stato permesso a quasi tutti, ma ovviamente in silenzio. Lupi sì, ma non in gruppi numerosi. Volpi, cinghiali, faine e istrici: ammessi. Alle poche rosalie alpine che avessero voluto abitare il bosco, i faggi consigliavano di prendere posto nascoste sotto la legna secca. Il loro colore blu acceso avrebbe potuto attrarre qualche picchio affamato. Sono premurosi, i faggi. La loro corteccia dura è solo apparenza. Con gli intrusi sono stati indulgenti: il “cerrone” e il carpino “nodoso” sono stati tollerati e persino accettati.

Anche l’uomo poteva addentrarsi nella faggeta a cercare la quiete nel sussurro del vento tra le fronde e il rumore delle foglie calpestate.

Federico Cadalanu - Trekking

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