Lo scalone del Re

Davanti allo Scalone d'Onore del Palazzo Reale di Napoli i più romantici fantasticano su storie di principi, amori e scarpette di cristallo; i più pigri si interrogano su quanti scalini dovranno affrontare per raggiungere il piano nobile; i più pragmatici si chiedono da dove provenga tutto quel marmo e quanto tempo sia stato impiegato per realizzare un'opera così maestosa.

Ph. Anna Monaco - Trentaremi

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Tutti, ognuno dal proprio punto di vista, sono sopraffatti dalla bellezza. Il marmo di Mondragone, le venature della breccia di Sicilia, il marmo di Vitulano, i candidi trafori delle balaustrate compongono infinite sfumature che quasi si annullano per via della luce che irrompe dai grandi finestroni. Eppure una volta era molto diverso.

Anzi, alla metà del ‘600 il viceré Oñate si lamentava della scarsa illuminazione di questo luogo, a suo parere anche angusto. Per questo motivo incaricò l’architetto Francesco Antonio Picchiatti di rifare lo scalone, seguendo i meravigliosi esempi spagnoli. E così fu. Il nuovo incaricato, che era subentrato dopo la morte di Domenico Fontana, realizzò un sontuoso ingresso abbattendo quanto era già stato costruito, con grande soddisfazione di Oñate.

Ph. Anna Monaco - Trentaremi

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Viceré, e poi re, regine, principesse e principi salirono quelle rampe, scenario di tante cerimonie: basta guardare il dipinto di Antonio Dominici con il corteo nuziale delle principesse Maria Teresa e Maria Luisa di Borbone per assaporare un po’ di quell’atmosfera regale. Ma in quest’opera del 1790 lo scalone non è esattamente come quello che si vede oggi, si tratta forse di una licenza poetica del pittore? No, lo scalone fu modificato di nuovo qualche decennio dopo, e questa volta non per capriccio di un sovrano, ma per risarcire quello che nel 1837 uno spaventoso incendio aveva distrutto.

Ph. Anna Monaco - Trentaremi

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Ferdinando II si rivolse a Gaetano Genovese, architetto molto attivo a corte, per restaurare la residenza, scalone compreso. L’artista apportò dei cambiamenti, per esempio realizzando quattro nicchie in cui collocare le statue in gesso che ancora oggi si vedono: sono le virtù, ognuna con i suoi attributi. Tra tutte attira l’attenzione una donna con uno specchio, non certo simbolo di vanità, tutt’altro; attraverso lo specchio scruta dentro di sé per conoscere la strada migliore da seguire. È una virtù che guida tutte le altre, è la Prudenza.

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Alzando lo sguardo oltre le nicchie, tra i “ricami” che trapuntano la volta a padiglione, non sfuggono due simboli, il cavallo rampante a indicare il Regno di Napoli, e la trinacria il Regno di Sicilia. Ancora qualche gradino e si arriva alla loggia, ampia e luminosa, da cui si gode una speciale veduta: in lontananza si scorge la collina del Vomero con la Certosa e Castel Sant’Elmo.

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Pochi passi e si potrebbe entrare nel Teatro di corte, ma è tardi. Si sono accesi anche i due lampioni in ghisa della Real Fabbrica di Pietrarsa alla base dello scalone, bisogna andare via. Attenzione però a scendere le scale troppe velocemente, si sa poi come vanno a finire certe storie.

Luisa Panagrosso - Cultura

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