Un po’ di Toscana a Napoli

Un po’ di Toscana a Napoli

«Il critico deve educare il pubblico; l'artista deve educare il critico», diceva Oscar Wilde. Cosa succede se il critico e l'artista sono la stessa persona? È il caso di Giorgio Vasari che in verità non era un critico in senso moderno, in quanto non scriveva recensioni, faceva molto di più: era in grado di divinizzare gli artisti, preferibilmente i toscani, su tutti Michelangelo. 

L’aretino Vasari scrisse, infatti, un'opera che ancora oggi è tra le più studiate tra chi si occupa di storia dell’arte, “Le vite de’ più eccellenti pittori, scultori e architettori” (1550 e 1568), un trattato che racchiude le biografie dei principali esponenti delle arti del medioevo e del rinascimento.

Parallelamente alla carriera di storiografo, Vasari coltivava anche quella di architetto e di pittore; e proprio la pittura lo portò a Napoli dall’autunno del 1544 all’estate del ‘45, un soggiorno ricco di opere e carico di conseguenze. Nei suoi scritti non ci sono parole troppo lusinghiere per la città, anzi il pittore lascia intendere che il suo arrivo aveva risvegliato gli ingegni sopiti dei napoletani e che nulla, o quasi, di buono era stato prodotto a Napoli dopo il soggiorno di Giotto. Un affondo pesante che non mancò di creare polemiche già tra i contemporanei e ancor di più nei secoli successivi.

"Ma è gran cosa che, dopo Giotto, non era stato insino allora in sì nobile e gran città maestri che in pittura avessino fatto alcuna cosa d’importanza"
Giorgio Vasari

Arrivato in città il primo cantiere di cui si occupò fu all'interno della chiesa di Monteoliveto (detta poi Sant'Anna dei Lombardi): qui, grazie anche alle sue conoscenze tra i monaci olivetani, decorò l’ambiente oggi noto come sacrestia, ma all'epoca refettorio del convento. Questo incarico, però, in un primo momento non aveva entusiasmato l’artista poiché gli spazi erano caratterizzati da un’architettura “antica” e quasi controvoglia portò a termine l'opera.

Dopo aver dato precise indicazioni su come modificare le volte, Vasari cominciò a pensare alla decorazione realizzando prima due gruppi di tre tavole dipinte da porre all'ingresso e sul fondo della sala, e poi concentrandosi sul ricco ciclo ad affreschi. Delle sei tavole ne restano solo due conservate a Napoli nel Museo di Capodimonte e altre due a Palermo.

Gli affreschi con il loro ricco programma decorativo sono ancora tutti lì, a creare una vertigine in chi guarda, incuriosito dai numerosi e insoliti dettagli. Vasari aveva scelto temi che fungevano da monito agli olivetani anche durante i pasti: così le tre campate sono dedicate rispettivamente, partendo dal fondo, alla Fede, all'Eternità e alla Religione, rappresentate negli ottagoni, e intorno, circondate da grottesche, ci sono le virtù tra cui la Prudenza, la Sapienza, la Speranza e la Castità.

Sono figure monumentali, ispirate all'arte di Michelangelo e che a loro volta hanno ispirato altri artisti napoletani, cariche di suggestione, di non facile lettura, tanto che alcune restano ancora oggi senza un nome.

Forse tra Vasari e Napoli non fu amore a prima vista, ma i toscani in città sono sempre stati i benvenuti, del resto basta spostarsi dalla sacrestia alla chiesa di Monteoliveto per ritrovare un bel po’ di “toscanità”.

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